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I giorni del COVID-19 | Lettere, un completo e un paio di snakers

Le strade erano deserte. C’erano solo loro due, come in una strana realtà da videogioco ambientato in un’era distopica. 

«Siamo degli irresponsabili Marco, te ne rendi conto?». 

«Sì, ma dicono che a giorni la situazione sarà sotto controllo. E dai, sono mesi che non si parla d’altro».

Sonia fece una pausa. Le mani ciondolavano meccanicamente lungo i fianchi, rigide. Stava prendendo la rincorsa prima di ripartire con una nuova domanda. 

«Perché porti la giacca, se in ufficio non ci sei andato?»

«Volevo immaginare che quella di oggi fosse una giornata come tutte le altre. Esco da lavoro, passo a prenderti sotto casa, ti offro un bicchiere di vino nel bar più vicino…» 

«Ma se io e te non ci siamo mai visti!». 

«Che c’entra? Siamo come quei libri che fin dalla prima pagina ti catapultano al centro dell’azione. A prescindere qualcosa prima è successo. C’era una routine, la palestra, gli after-work, i fine settimana fuori…»

«Sì, ma la nostra fase previa è una chat. Ci siamo conosciuti su Tinder, come due disperati che si sentivano le mura di casa sempre più addosso». 

«Che importa? So per certo che se non fosse successa tutta questa storia quello di oggi non sarebbe stato il nostro primo appuntamento». 

«E io penso che se le cose fossero andate diversamente, nel mondo intendo… io quella app non me la sarei mai scaricata. Ho sempre pensato che Tinder fosse per persone patetiche».

Marco la osservò di sottecchi. Lei era davvero vestita come se quello fosse il loro ennesimo appuntamento. O come se non gliene importasse un granché di causare una bella impressione su uno sconosciuto. Portava una maglia bianca lunga fino al bacino, jeans larghi, i capelli raccolti in una crocchia disordinata, un paio di snakers molto usate. Se ci fosse stato qualcuno per strada si sarebbe senz’altro chiesto che ci faceva un business man a passeggio con una scappata di casa. 

«A cosa pensavi prima di andare a dormire?» le chiese, quasi a bassa voce.

«In questo periodo di isolamento dici?».

  «Sì».

«Che la solitudine mi fa schifo. Che mi manca mia madre, e il mio gatto. Che voglio tornare a casa, in Italia. Che la maschera se la fai troppe volte ti fa venire i capelli grassi. Che le videochiamate sono un nobile tentativo di farci sentire vicini, ma a me ricordano soltanto la barriera invalicabile che mi separa dal destinatario. E che…» 

Sonia fece una pausa, incerta se fosse il caso di continuare la frase. Marco sollevò il mento, invitandola a concludere quanto stava dicendo. Avvertiva che quell’ultimo periodo lasciato in sospeso lo riguardasse da vicino. 

«… e che anche l’abbraccio di uno sconosciuto mi sarebbe stato di conforto». 

Se ne pentì immediatamente di quella frase. Ma ormai era troppo tardi. Lui la stava già cingendo con le sue braccia esili, ingessate dal completo. 

«Ora che la vita riprenderà il corso normale delle cose voglio abbracciarti più spesso, se per te va bene». 

«Non so se mi va di avere a che fare spesso con un tizio conosciuto su Internet». 

«Io e te non ci siamo conosciuti su Internet, se tu non vuoi. Io e te ci siamo conosciuti in quel bar dietro Plaza 2 de Mayo, mentre salutavi le tue coinquiline per l’ultima volta prima di deciderti a prendere un appartamento tutto per te. Io ti ho parlato, ci siamo scambiati i numeri, e poi pure gli indirizzi. Il tempo però si è fermato, e siamo rimasti separati contro la nostra volontà. Chiamarci ci sembrava una cosa violenta, troppo confidenziale, troppo poco adatta. Così, oltre ai messaggi sporadici che ci siamo scambiati nella speranza di mantener viva quella scintilla improvvisa… ci siamo scritti delle lettere». 

«Lettere?» 

«Sì, da consegnarci il giorno del nostro nuovo incontro. Lettere dove ci raccontiamo, dove recuperiamo il tempo perduto…»

«È romantica l’idea delle lettere. Mi sarebbe piaciuto pensarci prima». 

Marco sorrise, percependo il contatto della carta sulla camicia di cotone sottile. Ancora non era il momento di sfilarle via dal taschino. La notte era ancora giovane…

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