Chi sono

C’era una volta Arianna Lai

Ciao, mi chiamo Arianna Lai, dal 2018 ho fuso la mia identità italoiberica nel nickname @spaghetticonjamon e questa è la mia storia.

Oh, ci ho messo 10 minuti solo a scrivere la frase in grassetto la sopra. Mal empezamos. Sapete che c’è? È che ci tengo tanto a questa parte del mio blog. Nel senso… Sono consapevole di avere un passato non esattamente convenzionale, e mi piacerebbe rendergli giustizia in queste righe. Non vorrei dover aspettare ad avere un nugolo di nipoti iperattivi che mi chiedono di nuovo la storia di come, nel lontano 2012, la me ventenne si ritrovò persa come Cappuccetto senza cappuccio nelle strade di Pechino. O di quando sono scappata da Singapore verso Guangzhou con una valigia blu. O di quando mi sono iscritta in Scienze Politiche senza sapere cosa fosse un’ambasciata.

Vorrei farlo già da ora.

Facciamo una cosa: prima mi schedo, così vi fate un’idea di chi sono e cosa faccio adesso. Nel frattempo vi sedete comodi, magari se non ci sono ottanta gradi all’ombra vi fate pure una tisana, e io inizio a sbrogliare la mia matassa esistenziale.

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PROFESSIONE: romanziera in erba e digital strategist freelance.

ANNI: nell’anno del Signore 2019 ne ho compiuto 14. Per gamba.

CITTÀ: al momento residente a Madrid. Natali a Cagliari. Infanzia e pubertà a Sarroch (da me ribattezzato come Springfield, o Mordor, per via della Saras), quindi Cagliari e poi mi tocca aprire un’altra sessione perché me so’ mossa parecchio.

SPOSTAMENTI GEOGRAFICI: nell’ordine questi sono i rimbalzi che ho fatto. Sarroch – Cagliari – Roma – Cagliari – Pechino – Singapore – Guangzhou – Cagliari – Shanghai – Jakarta – Cagliari – Jakarta – Cagliari – Roma – Milano – Dubai – Cagliari – Siviglia – Sarroch – Madrid. Lo so, persino la pallina del Flipper ha una traiettoria più lineare.

LINGUE: Italiano (maddddai), Spagnolo (y voy más allá de amigos, siesta y buenas noches), Inglese (I really don’t like to speak in English, but I had to learn), Portoghese (ho dimenticato quasi tutto, però tipo capisco, sorrido, annuisco e dico OBRIGADA molto bene) e sardo (i du chistionu beni puru, scetti che immoi immoi no mi srebidi a nudda).

PASSIONI E ATTIVITÀ NON SPORTIVE: (questa parte la scrivo come una persona seria, o almeno ci provo). La mia più grande passione è la comunicazione, nelle sue mille accezioni, sembianze e metamorfosi. Ho declinato il mio amore per lei scrivendo romanzi (puoi preordinare Le figlie del barrio su Bookabook o comprarlo in libreria ad Ottobre 2020 / MESSAGGIO PUBBLICITARIO CON FINALITÀ PROMOZIONALE, per le condizioni dell’offerta si invita a cliccare sul link /) e aiutando le piccole medie imprese – o i liberi professionisti come me – a raccontarsi meglio. Lo faccio quotidianamente attraverso il mio progetto su Instagram #socialmediache, workshop presenziali, consulenze mirate, e prossimamente con corsi individuali online.

SEGNO ZODIACALE E ASCENDENTE: leone ascendente bilancia. In sostanza ho amico Egocentrismo Sonoqui e zia Ambizione Cavalcante che saltellano da un piatto all’altro alla velocità della luce per mantenere stabile il balance vitale. Una figata di quadretto stellare.

STUDI: Primo round: liceo scientifico con debito FISSO in inglese e sufficienza stirata in mate e fisica, quindi Scienze Politiche (mollata) e poi capatina veloce in Lettere (praticamente mai iniziata). Secondo round: Lingue e Comunicazione (sfiammata in tre anni e conclusa allegramente con un bel 110) e Magistrale in Filosofia e Teorie della Comunicazione con tesi sperimentale (se clicchi sopra vedi il video correlato) su un caso studio di marketing su Instagram (sfiammata in un anno e nove mesi e conclusa allegrament… Ah no, mi hanno messo 108 e sono ancora nera. Ma tanto è il voto della triennale che conta, giusto? Come? Regia? Mh ok, dalla regia dicono di no. Va bene, capisco, la prenderò con FILOSOFIA. Ah-ah-ah. Non ti stai spaccando dal ridere? IO-NO).

Bene, dopo questa breve analisi del personaggio sei pronto per immergerti nella parte prosastica della faccenda.

Benvenuto a

LA MAGICA VITA DI ARIANNA LAI IN PARAGRAFI ORDINATI CRONOLOGICAMENTE (ho scritto titoli più catchy, me ne rendo conto).

Una foto dove sono bellina per offrirti una parvenza di leggerezza prima della valanga di parole che ti sta per piovere addosso.

INFANZIA E PUBERTÀ

Onestamente questa non è la mia parte preferita. A cinque anni mi hanno diagnosticato il morbo di Basedow. Avevo la tiroide in pronta esplosione, gli occhi fuori dalle orbite, pesavo quanto una piuma d’oca e il cuore faceva le bizze. Mi hanno trascinato per un po’ di ospedali, messo in quarantena al Gaslini di Genova per studiarmi in provetta, proibito di mangiare cioccolato (è un eccitante e io ero una ottenne a rischio infarto) e suggerito un sacco di bei libri da leggere. In quell’epoca lessi tutti i libri di Valentina, il GGG, la collana intera del Battello a Vapore, Piccoli brividi e poi, a caso, D’Annunzio, Jane Austen e il dizionario dei sinonimi e contrari.

Quelle pagine tutte insieme modificarono per sempre la mia permanenza su questo mondo, ci tengo a sottolinearlo.

Ma andiamo avanti.

Il mio aspetto fisico compromesso dalla malattia e il linguaggio da valvassore medioevale in pronta ascesa (usavo termini come orpello, gradasso e truffaldino e imprecavo con Santi Numi o Sacripante!) non mi furono esattamente d’aiuto.

A scuola mi facevano bulling pesante. Prima ero “un pellicano” per via del gozzo, poi “mezzo Dumbo” per via dell’orecchio (prontamente rincollato dal chirurgo plastico a 16 anni. Gli adulti si ostinavano a dire che il mio orecchio destro era simpatico, ma io per simpatico penso a un Fiorello, non a un eccesso di cartilagine che si può facilmente eliminare con un zaczac e un po’ di sutura), poi “suora” (perché a tredici anni non avevo ancora dato il primo bacio) e anche lesbica (stesso motivo. Perché all’epoca, nel mio avamposto, se a quell’età non ti limonavi con le pareti o i pali della luce eri PER FORZA una delle due cose).

Durante la ricreazione mi ritiravo a leggere e socializzavo poco. Ci ho provato eh, anche con una certa insistenza. Però poi una si stufa di interagire con giovani mostri in piena rivoluzione ormonale che si divertono a ferire il prossimo quasi per hobby. Not nice.

Pure nel tempo libero continuavo a leggere. La biblioteca divenne per me il Luogo sacro. Mi immedesimai in Belle de La bella e la Bestia. Solo che io mi vedevo brutta e amorfa. Credevo che avrei fatto il geometra, sposato un ingegnere, e portato gli occhiali.

Poi invece, per puro caso, ho iniziato a fare la modella.

GIOVANE ETÀ E PRIME METAMORFOSI

A quattordici anni stavo sempre curva. Al posto del seno avevo due noccioline timide, non abbastanza grandi da essere contenute da un reggiseno, e non abbastanza piccole da passare inosservate sotto una canottiera. Mi ingobbii come il vecchio Leopardi, usando come scusa lo studio matto e disperatissimo che era l’unico baluardo che potevo allora vantare. Ero Arianna la secchia, Arianna passami i compiti, Arianna bel tema, Arianna linguaggio forbito. Sulla gobba mi trascinavo uno sviluppo tardivo, poi una crescita repentina dovuta alla tiroidectomia (le vertebre non hanno fatto in tempo ad abituarsi che ero già lunga il doppio) e tutte le insicurezze accumulate in una dozzina di anni sofferti. Mi dissero che il mio era un problema di postura, così che a sedici anni mi ritrovai a frequentare un corso di portamento. Il corso potevi pagarlo o sfilare gratis per l’associazione in questione. Mi decisi per la seconda, sentivo di non avere niente da perdere.

Fu una rivelazione. Calcai il primo palco di trucciolato in un parco acquatico sentendomi persino più figa della Moss. Quando scesi dalla passerella per tornare da mia madre in mezzo agli scivoli (immaginatevi la dinamica, fate lo sforzo perché ne vale la pena) avevo già le idee chiare. Volevo-fare-la-modella.

A 17 anni vinsi Miss Cagliari. Mi fecero una foto oscena e uscii in prima pagina sul giornale. Nonna ha incorniciato quell’obbrobrio e lo tiene in bella mostra. Io faccio finta che non sia mai successo. Sì, ok, ora lo racconto perché alla fine non mi vergogno di quello che sono stata. Mi vergogno solo DI QUANTO SONO USCITA MALE IN QUELLA FOTO PORCO DUE.

A 18 presi il diploma e a 19 volai a Roma. Trovai un agente (ora in carcere per pedopornografia. BINGO!), poi un altro. Facevo la fame, avevo dato solo tre esami (nel frattempo mi ero iscritta in Scienze Politiche assolutamente a caso), il nuovo libro di microeconomia proprio non mi andava giù. Feci la rinuncia agli studi e mi decisi per il trasferimento in Lettere. Di quella facoltà ricordo solo la segreteria e il libro di Storia Romana che divorai sul balcone di casa in una settimana.

Poi arrivò la chiamata.

CINA E DINTORNI

Stavo a casa del mio fidanzatino dell’epoca, quando lessi il messaggio della Booker della mia agenzia romana.

“Un’agenzia di Beijing ti vuole per tre mesi. Ho bisogno di sapere cosa ne pensi”.

Punto numero uno: manco sapevo chi fosse questo Beijing. L’ho dovuto cercare su Wiki per scoprire con somma sorpresa che era la capitale della Cina (quando leggi molta letteratura ma ignori la geografia succedono queste cose. Confesso pubblicamente che su mari, monti e continenti sono SEMPRE stata una capra al pascolo).

Punto numero due: avevo tirato su il mio blog da fascionblò (Penniless but chic: insegnavo la nobile arte di vestirsi di merda spendendo poco. Ovviamente ero – come da nome – convinta di essere chichissima) e non me la sentivo proprio di abbandonare il mio progetto.

Punto numero tre: partii perché il fidanzatino in questione mi disse “fossi in te andrei, ma secondo me non duri due giorni”. Come si dice a Cagliari OOH MA MI SHTAI SHFIDANDO?.

Feci i bagagli e volai per la Cina. A vent’anni. Da sola. Con due soldi, un Nokia a colori, un passaporto nuovo di zecca e un inglese da the cat is on the table.

In Cina mi ritrovai in una dimensione parallela, fatta da (con poche eccezioni) narcisisti compulsivi e particolarmente attivi sessualmente e sportivamente parlando (i modelli), cibo fritto e strafritto, turni di lavoro massacranti e bagni da condividere con incivili (sempre i modelli). Ora, non mi dilungo sulla faccenda perché su questa parentesi della mia vita un giorno ci scriverò un libro one hundred %, quindi vi dico solo che dopo tre mesi a Pechino io sarei dovuta tornare a casa. Invece supplicai la mia agenzia di trovarmi un altro contratto. E volai a Singapore.

Da Singapore scappai per varie ragioni che non vi posso raccontare in questa sede (sto volontariamente facendo schizzare l’hype alle stelle per il prossimo libro, sono cattiva). Sbarcai a Guangzhou, sud della Cina, dove la gente dava da mangiare ai ratti e le polveri sottili erano l’unico ossigeno disponibile.

Tornai a casa dopo nove mesi consecutivi in giro per l’Asia. Inutile dire quanto fossi diventata un’autentica disadattata (e voi qui direte “ah, ma perché ti sei mai integrata?” e sareste molto divertenti a farmelo notare). Tutto mi sembrava noioso, lento, poco stimolante. Fuggii a Shanghai tre mesi dopo. Da Shanghai la finii in Indonesia, a Jakarta. Feci un intervallo: tornai in Italia per il mio compleanno. Durante quelle settimane mamma insistette con il suo leitmotiv preferito (ariannaiscrivitialluniversitàmachepeccatoconlatestachehaiedaieiscriviti) tuuuuuutto il tempo. Sul momento non sortì alcun effetto. Prima dovevo fallire definitivamente come modella.

Tornai a Jakarta, dove feci un gran buco nell’acqua. Uscii su Marie Claire, ma di spalle. Depressa volai a Roma e poi a Milano, in cerca di fortuna. Altro buco nell’acqua. Fame, carestia, quasi anoressia. Mi proposero Dubai.

Accettai senza pensarci. A Dubai ho conosciuto realtà, cose, persone che CRIBBIO devo sedermi e scrivere questo nuovo libro. Vabbè, comunque, ho lavorato poco perché lì piacevano le donne more con occhi chiari. Non esattamente il mio profilo.

Tornai a Cagliari convinta che dovevo mettere un punto a questo periodo con fin troppe subordinate. Lo feci iscrivendomi nella facoltà di Lingue e Comunicazione.

Così, a cavallo dei 23 anni, iniziò la mia nuova vita.

VITA NUMERO DUE: UNIVERSITÀ E NUOVI AMICI

Non fu esattamente pianura fin dal principio. In realtà pianura non lo diventò mai.

Quell’estate lavorai da commessa per un paio di mesi alla Rinascente di Cagliari. Ben 400 euro al mese con orario spezzato (9-13 16-20, una favola). L’orologio andava letteralmente all’indietro. Fu la prima volta che lavoravo nello stesso posto alla stessa ora più di dieci giorni di fila. Mi licenziai dopo due mesi e mezzo per andare a Oslo da un amico. Lì lui lavorava in un negozio e guadagnava circa 2000 euro per un part-time.

Prima di partire feci il test di ammissione all’università. Gli esiti uscirono abbastanza presto. Cercai il mio nome in fondo alla lista, non riuscivo a trovarlo. Entrai nel panico. Feci lo stesso procedimento un paio di volte, puntualmente ignorando la prima pagina di nomi. Solo all’ennesima lettura mi resi conto di essere arrivata quinta (diciamo che ancora non regalavo autostima all’etto, ecco). Comprai i libri del primo settembre e feci il volo per la Norvegia.

Oslo fu un’esperienza tragicomica. Andai lì a passare l’inverno (MENO 17 GRADI); non trovai alcun lavoro (il mio era un C.V. monofoglio che recitava solo una sfilza di “modella presso xy“), bruciai tutti i miei risparmi e riuscii a studiare solo per due dei tre esami che dovevo sostenere.

Tornai a Cagliari con l’intenzione di dedicarmi seriamente allo studio.

In tutti i libri della triennale scrissi a penna “ti devi laureare” (più o meno con la stessa insistenza di quando Potter bisbigliava “non Serpeverde“). Diventò quasi un’ossessione.

La chiave di svolta fu trovare una collega che mi spiegò un metodo di studio maniacale quanto invincibile. Leggi, sottolinea, riassumi a computer, sottolinea i riassunti, schematizza, ripeti. Iniziarono ad arrivare i 30, nonostante i 28/29 fossero ben più numerosi. Sono sempre stata abbastanza approssimativa nello studio mnemonico. A me piaceva imparare i concetti per metterli in pratica, non solo per snocciolarli paro paro al professore durante l’esame. Di quello, sono sincera, mi fregava abbastanza meno.

Per la stessa ragione mi buttai in tutti i tirocini e seminari possibili e immaginabili. Volevo IMPARARE. Non mi importava cosa, volevo imparare e basta. Lavorai nella radio dell’università, poi feci un tirocinio da Social Media Manager per un festival di cortometraggi, quindi gestii la mia prima marca (tuttadasola) e poi la mia prima campagna politica. Nel frattempo facevo teatro.

Io che scopro di aver preso l’ennesimo 29 allo scritto.

Al terzo anno di università partii per Siviglia. Stavo per non farlo. C’era l’opportunità (anche se remota) di lavorare al comune di Cagliari. Io non avevo mai avuto un ruolo lavorativo “classico” al di fuori di quello della modella e della commessa (le professioni digitali in Sardegna non sono ancora particolarmente riconosciute, specie se non svolte dentro un’impresa). Figuriamoci come mi potevo sentire davanti a un’opportunità pseudoistituzionale. Fortunatamente mi sono detta che per l’ufficio c’era tempo, e che anche se per l’Erasmus ero vecchia (avevo 25 anni, ma quando hai fatto la modella a 23 sei già scaduta, e a 25 hai la percezione di essere un Lazzaro deambulante) mi meritavo di fare questa nuova esperienza all’estero.

Presi il mio volo il 15 Settembre 2016. Fu una delle migliori scelte della mia vita.

SPAGNA OLÉ OLÉ

L’Erasmus è stato per me un’esperienza SPAZIALE. Mi immersi nella faccenda fino al midollo. Tanto che cacciai con un retino a maglie strette un autoctono di nome Javier a soli due mesi dal mio arrivo, per poi portamelo via con me in Sardegna (porello, ancora me lo rinfaccia) quattro mesi dopo. Come l’ho fatto? Facile: con un biglietto di sola andata.

Io che poso per Javi e i turisti cinesi che mi hanno scambiato per una del posto (modestamente).

RITORNO ALLE ORIGINI

Tornai a Sarroch con un fidanzato, un C2 in spagnolo e tre ultimi esami da dare. Iniziai il mio tirocinio nella radio regionale sarda con tutto l’entusiasmo del caso.

Io che faccio stretching durate un intervento.

A Ottobre 2017 mi laureai con una tesi sulla comunicazione politica dei Cinque Stelle. Era una tesi triennale di 25 pagine, ma io nel frattempo stavo gestendo un’altra campagna politica in un paese vicino al mio: le due cose mi convinsero per un breve lasso di tempo di essere la versione sarda di Olivia Pope (ci differenziava solo la mia carnagione spettrale e la Casa bianca. Altrimenti gemelle eh).

L’idea era quella di proseguire a Siena o Firenze approfondendo il discorso comunicazione politica, persuasione e retorica. Non era fattibile. Non avevo più soldi da parte e non vedevo il senso di andare a lavorare da commessa in Toscana, studiare la notte e convertire quell’esperienza in un massacro/esamificio. Nel frattempo mi diedero un programma tutto per me alla radio.

Presi tempo.

Mi iscrissi in Filosofia e Teorie della comunicazione a Cagliari perché doveva essere un’università telematica. Scoprii il giorno dell’inaugurazione che non lo era. Sì scusate, non abbiamo ancora aggiornato il sito“. Dai, apparentemente sono SOLO passati due anni da quando siete tornati al regime tradizionale. CON CALMA CHE C’È TEMPO (facoltà di Comunicazione, appunto).

Dopo il primo anno dove comunque a lezione non ci ho messo piede, ho tentato di montare la mia prima impresa di video-marketing, fallita miseramente dopo pochi mesi (è una lunga storia, anche questa si merita un capitolo a parte). Nel frattempo la Sardegna stava diventando per me una realtà asfissiante, piccola, dalle scarse prospettive. Trovai un lavoro da community manager Freelancer per una multinazionale spagnola da fare in remoto nei week-end, e poi un altro come Social Media manager per un programma tv di Boing che si girava vicino a Madrid. Abbastanza per lanciare una bomba di fumo e sparire dall’isola.

Scappammo (quante volte ho già usato questa parola?!) a Madrid il 28 giugno 2018.

MADRID

Le prime due settimane furono un incubo. Alloggiavamo in casa di un cugino di Javier (usurpando la cameretta ai figli), poi dovevamo trovare casa, io mi svegliavo alle 4 del mattino per arrivare al Burguillo sul set, era Luglio e c’erano 38 gradi di media. Una sfacchinata clamorosa.

Ad Agosto terminò il progetto televisivo. Per circa un mese lavorai solo nei fine settimana, mentre dal lunedì al venerdì facevo corsi su corsi per capire come sfruttare il mio nuovo account Instagram (in quel momento storico mettevo foto carine praticamente a caso e usavo un bot. Volevo capire come funzionassero questi sistemi di automazione di cui parlavano diversi – presunti – guru della piattaforma. Ci ho messo quattro mesi per capire che usarlo era una boiata assoluta).

Non so perché pensai che Instagram fosse la piattaforma giusta per me, ma il discorso è che finché non riuscii a comprenderla a 360° non smisi di studiare. Imparai a usare Lightroom, a fare fotografie un po’ più professionali, ad applicare lo storytelling. Tutto in funzione di un uso più intelligente del social.

A Settembre trovai un nuovo lavoro da Social Media manager. Ero la responsabile dei social italiani di una multinazionale.

Fu in quel periodo che sperimentai la tristezza, la tristezza cupa e opprimente, quella che ti fa vedere tutto nero.

“E adesso? Adesso che sono a Madrid, che ho una casa, un lavoro… Che devo fare? È finita così? Ora devo solo ripetere questa routine fino alla fine dei miei giorni?”.

Caddi nel panico. Mi salvò la settimana delle vacanze di Natale trascorsa a Siviglia, con la famiglia di Javi. Con un po’ di silenzio e pace riuscii a capire da dove ripartire. Scrissi nel diario il giorno di capodanno che volevo scrivere un libro nel 2019.

E così feci.

2019

Il mio primo libro lo iniziai a scrivere a Gennaio 2019. Ci misi sei settimane a concluderlo. Nel frattempo avevo ripreso a lavorare da casa, e avevo di nuovo tanto tempo per me. Ho resistito solo due settimane prima di iniziare con il capitolo 1 di una nuova avventura: Le figlie del barrio.

In quel romanzo ci ho lasciato l’anima. Ci ho messo un sacco di me. Esperienze, sensazioni, ricordi, fantasia, astrazioni, persone, cose, odori, puzze, parolacce, amore, carezze, sentimenti, virtù. Tutto.

Non appena l’ho finito volevo soltanto che qualcuno me lo pubblicasse. Così, come ogni bravo esordiente inesperto, mi scontrai con la dura realtà editoriale italiana. Fu un vero e proprio stillicidio, fino alla vigilia di Natale, il giorno in cui inviai il manoscritto alla mia casa editrice, Bookabook (il resto di questa esperienza letteraria lo racconto qui).

A Luglio 2019 tornai in Sardegna per discutere la tesi magistrale (l’ultimo anno di uni, come potete ben immaginare, l’ho fatto a distanza. Studiavo a casa e poi cercavo di concentrare più esami possibili in una settimana, così da spendere meno in biglietti) e a Agosto 2019 iniziai a lavorare in un’agenzia di gastromarketing. Ero la responsabile di comunicazione e dovevo occuparmi di gestire, quasi in solitudine, 13 account. Una follia. Trascorrevo i giorni a spiegare ovvietà e a lottare per far capire che ognuno doveva fare il suo, e che si stavano facendo delle porcate inaudite per evitare di spendere 5 centesimi in più su cose necessarie. Sprofondai nel più torbido dei burnout.

La luce era fioca, ma abbastanza da tenermi arzilla, pensante, reattiva. Organizzai il primo workshop #socialmediache a Cagliari (a mo’ di sfida personale) e fu un successo. Era lo slancio che mi serviva.

Durante le vacanze di Natale (ormai avrete capito che è la mia personalissima epoca delle epifanie) mi decisi a prendere la decisione che rimandavo da mesi.

“Capo, ho deciso che lascerò il lavoro il 31 Gennaio. Voglio dedicarmi ai miei corsi, alle consulenze, e al mio libro. Sai, ho ricevuto una proposta”.

Non so perché lo dissi. Non era vero, ma profeticamente lo divenne qualche giorno dopo. La mail mi arrivò proprio a lavoro. Mi scese pure qualche lacrimuccia (piansi come una mandragola silenziosa, questa è la verità). Era il segnale mistico che stavo cercando, una cosa che avevo sentito e poi era successa davvero.

Il mio libro stava per diventare di carta.

OGGI

Cari lettori, siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio.

Chi sono oggi lo avete letto in alto, prima di avventurarvi tra queste righe dove ho condensato più di 20 anni di vita. Sono di nuovo una Freelancer, scrivo, leggo, studio, mi formo, formo gli altri, progetto, pianifico, costruisco, aspetto Ottobre 2020. In questo preciso istante sto lavorando agli esercizi dei corsi individuali che impartirò nel prossimo futuro ai primi coraggiosi che vorranno investire su se stessi. Ah, e sto mangiando del cioccolato bianco mentre tengo il computer in grembo seduta sul letto dove ho costruito il mio piccolo impero di libertà.

Di cose ce ne sarebbero da raccontare tante ma, come vi ho detto, un giorno inizierò a scrivere la mia storia per esteso. Qui direi che è stato detto abbastanza.

Vi invito a restare sintonizzati perché, anche se siamo arrivati alla fine di questo articolSAGGIO BREVE su Arianna Lai, sento che siamo solo all’inizio del mambo. E, come spesso mi piace ricordare, vorrei tanto portarvi con me sulla pista.

Grazie per avermi letto. Spero proprio che avremo modo di lavorare insieme, di prenderci un caffè o di vederci a una presentazione del mio libro.

Se ne avrete voglia SCRIVETEMI, non abbiate paura (o vergogna) di farlo! Vi leggerò con immenso piacere!

Un abbraccio,

Arianna aka @spaghetticonjamon.

2 pensieri riguardo “C’era una volta Arianna Lai

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