Il mio libro

#02 100 giorni per un sogno | Diario di bordo di un’esordiente

Vi racconto la storia di una wannabe scrittrice che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla scrittura e alla divulgazione. 

Madrid, calle Alcalá 55, 02 02 2020 – la prima presentazione de Le figlie del barrio

10 Febbraio 2020

La verità è questa: negli ultimi dieci giorni non ho scritto neppure una riga. Poco male, direte voi. Alla fine sono solo dieci giorni. Ma quando la premessa essenziale è quella del “ho lasciato il lavoro per scrivere” e non sei già sulla tastiera i primi cinque minuti liberi, ecco, inevitabilmente inizi a oscillare nell’angolo buio.

L’idea per affrontare positivamente questa prima falla è auto-inocularmi il concetto del “per scrivere c’è bisogno di pace”. Così mi sento meno colpevole per non aver nemmeno preso appunti. Un po’ di indulgenza non ha mai ucciso nessuno.

Sono stati dieci giorni frenetici.

Nei primi due Le figlie del barrio ha raggiunto più di 100 preordini. Un risultato sorprendente, frutto dell’endorsement eccezionale della mia community e del duro lavoro offline di mamma, papà e compagnia allegra.

Il primo Febbraio ho organizzato una piccola presentazione del libro a Madrid, presentazione avvenuta interamente in lingua spagnola fatta eccezione per la lettura di un estratto del testo. Una sfida che mi ha riempito il cuore e che mi ha dimostrato quanto in fretta possano accadere le cose (per vedere video, foto e resoconto dell’evento cliccate qui).

Tra le cose in quelle quarantotto ore mi è arrivata anche una proposta di lavoro piuttosto allettante.

Sono andata a capo per isolare la frase dal resto delle riflessioni. Perché chiaramente che il giorno stesso in cui lasci un lavoro vieni contattata per dirigere il dipartimento di marketing di una multinazionale ti fa un attimo tremare le ginocchia. Ripensi ai tupper, alla metro, alla pausa caffè, e ti si accappona la pelle. Poi per giunta ti ricordi che tutta questa roba l’hai raccontata online, che la tua presa di posizione ha scatenato delle reazioni di plauso improvvise e calorose, che hai una responsabilità non solo verso te stessa ma anche verso chi ti presta la sua attenzione e magari prende delle decisioni in virtù di quello che ha sentito dire da te. Non sono di certo una leader d’opinione, ma sono ben consapevole che dall’altra parte del telefono ci sono delle persone, ricettive e da rispettare. Per questo mi sono detta che anche questa dinamica la voglio condividere con il web, pure se ancora fresca e amorfa. Se mai dovessi cedere nuovamente all’incasellamento provvisorio almeno non ne sarete del tutto presi alla sprovvista: sono fatta di carne, e pure a me fa paura non avere i soldi per pagare le bollette. E pure a me lusinga il ricevere così in fretta una proposta che l’Arianna del passato non poteva nemmeno immaginare.

Fin dal principio ho vissuto l’opportunità come un autentico dramma. “Sei già consapevole che la vita da ufficio non faccia per te” era il pensiero ricorrente. Però mi sono detta che le porte non vanno chiuse a prescindere. Quindi mercoledì ci parlerò e valuterò cosa avranno da offrire. Perché al di là della coerenza e delle prese di posizione bisogna sempre ascoltare, solo dopo decidere. Altrimenti non si sceglie ma si inferisce, si postula, si costruisce sulle ipotesi. E i se e i ma sono fratelli dell’asino, me lo diceva sempre nonna.

Milano è stata una bomba.

Sono stati tre giorni dove per la prima volta ho potuto agire da consulente aziendale, per giunta in un ecosistema che mi era familiare esclusivamente dall’esterno: quello della comunicazione del fashion, people e lifestyle. Sono stata per un po’ di giorni a stretto contatto con il direttivo, sviscerando le dinamiche poco funzionali e iniziando a lavorare su un piano strategico di transizione. Quello in cui mi sono tuffata è un mondo affascinante e denso di contenuti, che però temo possa in qualche modo assorbirmi talmente tanto da allontanarmi per troppo tempo dai piani editoriali che ho in facendum.

Per certi versi mi sento spaccata.

Da un lato vorrei raggiungere le più alte vette della comunicazione aziendale, convertirmi in una consulente a 360 gradi capace di guidare verso l’obiettivo team di comunicatori e marketers sopraffatti dalla melma quotidiana, dando loro linee guida che li aiutino a ritrovare la strada maestra. Vorrei frequentare e impartire più corsi, studiare per approfondire le materie che già tratto (a volte mi viene persino voglia di buttarmi nel dottorato), generare più contatti che mi portino a costruire il mio impero di lingua e marketing.

Dall’altro lato c’è la penna, quella da vivere in esilio, piegata su una bella scrivania di ciliegio che si affaccia sul mare. Una penna da vivere senza altre distrazioni, solo io, lei e le storie che insieme vorremo raccontare.

Ma per scrivere bisogna vivere. Perché la fantasia la nutre il quotidiano, il vero, le peripezie tue e di chi ti circonda. E siamo punto e accapo.

In questo preciso istante mi muovo sibillina nella nebbia delle possibilità, attenta a non farmi ingannare dai fasci di luce transitori e truffaldini. Quando il fumo è troppo chiudo gli occhi: il cuore saprà guidarmi meglio dei segnali ancora sfumati e magari devianti.

E nel frattempo siamo a 160/200, a un passo dal realizzare un sogno che mi martella nel petto da più di anno.

Per il resto continuerò a respirare.

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