Il mio libro

#01 100 giorni per un sogno | Diario di bordo di un’esordiente

Vi racconto la storia di una wannabe scrittrice che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla scrittura e alla divulgazione.

21 Gennaio 2020

Giorno 0 sulla tabella di marcia. 

La proposta della casa editrice è arrivata il venerdì 17 Gennaio, a lavoro, mentre osservavo il computer con occhi vacui. 

Ho passato tutto il fine settimana a tormentarmi. La paura di fare un errore strategico è forte. Ma la voglia di vedere Le figlie del barrio in libreria nel 2020 lo è ancora di più (che poi il Desiderio di pubblicazione è il motivo per cui di solito gli esordienti tendono a fare scelte sbagliate, tipo). 

La pubblicazione entro il 2020 era uno degli obiettivi che avevo spalmato sul diario il 31 Dicembre 2019, insieme all’impellente necessità di aggiungere qualche metro quadro alla mia vita quotidiana (per chi non ne fosse ancora a conoscenza, vivo come il genio della lampada in un mini appartamento di 37 m).

E alla fine della fiera, la mia pancia sapeva già cosa fare dall’istante stesso in cui ho letto la mail. 

Ho scannerizzato il contratto ieri. L’ho fatto in ufficio, con l’aiuto di una collega. Non l’ho riletto, ormai lo conosco a memoria. 

Mi sono data tempo fino all’alba del 22 Gennaio (domani) per eventuali allineamenti astrali o colpi di scena. 

Aggiornamento delle ore 12:55 

Il contratto lo invio oggi. In barba al fato. Yo soy mi proprio destino (in spagnolo suona più figo, lo siento). 

Aggiornamento delle ore 13:17 

È fatta. Ho firmato. Non si torna indietro. 

22 Gennaio 

I gruppi di whatsapp sono stati creati (povere anime).

Stasera si saprà la data della campagna. Sono trepidante, molto curiosa, e profondamente lusingata dalla quantità di supporto che sto ricevendo. 

Ore 17:01 

Sto aspettando la chiamata della Strategist con la quale parlerò della strategia della campagna. Me la sto facendo sotto. Cioè, in realtà sono tranquilla, forse è solo emozione. Mi ricorda molto la sensazione prima di un esame. Non vedevo l’ora di darlo, e a otra cosa mariposa.

Le ho scritto una mail per dirle che ci sono. 

Sono a dir poco impaziente. Le viscere le sento attorcigliate in un unico nodo. Inspiegabilmente, dopo mesi, viene fuori il mantra buddista che mi ha calmato per anni. 

Lo dico una volta sola.

Nam myoho renge kyo. 

23 Gennaio 

La giornata si è snodata tra le sue quisquilie ricorrenti, conversazioni paranormali (clienti che gestiscono discoteche che dicono alla mia collega account “elimina quella foto perché la ragazza è grassa e brutta”. ‘ttappost) e polli arrosto con patate lesse. 

Detesto la vita da ufficio. Fortunatamente questa è la mia penultima settimana. Il 31 sarà il mio ultimo giorno. Casualmente è anche il giorno in cui inizia la campagna di preordini de Le Figlie del Barrio. 

Dopo pranzo ho bevuto un the con la mia collega. Anche lei vuole scappare. Mentre sorseggiamo le nostre rispettive bevande decidiamo se organizzare un piccolo evento di lancio per il libro qui a Madrid. Lei si occupa di eventi, io ovviamente non ho budget. Il discorso sfuma in fretta. Sappiamo già che faremo qualcosa, ma siamo talmente fuse da non riuscire a pensare a niente. L’unico obiettivo è arrivare alle sei e trenta con la salute mentale almeno parzialmente salvaguardata. 

Nel frattempo la rivista per la quale scrivo, Stars System, si offre di coprire l’evento del crowdfunding con un articolo. Un raggio di sole che spezza la mia emicrania in due segmenti netti. Anche i messaggi dei gruppi di whatsapp, generati per l’occasione, mi fanno sorridere spesso. 

Il gruppo creato da mia madre (supportata da tre sue amiche che hanno sposato la causa come io sposerei una pizza mortadella e pistacchio) conta già 70 persone. Quasi lo stesso numero di invitati della sposa a un matrimonio gipsy di provincia. 

Siamo sulla buona strada. 

24 Gennaio 

Penultimo venerdì in ufficio. Sono appena tornata dal bar, dove ho mangiato unas tostadas al pomodoro. Puzzo di tortilla e olio d’oliva bruciato. Mi sono sempre piaciuti i bar lerci. Hanno un non so che di poetico. Soprattutto il conto, sorprendentemente basso. Non c’è niente di più struggente di uno scontrino sotto i tre euro.

Stamattina ho parlato con un’amica dell’importanza del saper comunicare anche le proprie insicurezze. Su Instagram, quando ho raccontato della scelta di intraprendere la strada del crowdfunding con Bookabook, ho sottolineato quale è stato il mio primo pensiero.

E se va male? Lo vedranno tutti”.

È legittimo pensare di poter fallire. È legittimo avere paura. Sempre e quando non lasciamo che questi due fattori ci paralizzino. Sì, è vero, potrebbe succedere che nessuno di voi decida di acquistare il mio libro. Potrebbe succedere pure che ai prossimi workshop #socialmediache non si presentino che un paio di anime. Ma personalmente mi spaventa di più l’idea di non provare, che il fatto di non riuscire. Ed è importante dirlo, è importante ragionare sulle debolezze, sui tentennamenti, sulle perplessità. Le vittorie sfuse non servono a una cippa, neppure sui libri di storia. Bisogna contestualizzare, sempre e comunque.

Mi faccio coraggio ricordando che dentro la parola vittoria è inscritto il concetto di “conflitto”. Senza conflitto, senza lotta, non c’è successo. Quanto basta per sapere che devo continuare a correre. 

28 Gennaio

Questo fine settimana non ho scritto neppure una riga. Sabato ho girato il mio video promozionale (lo trovate qui). Mi sono divertita molto nel bruciare ogni futura opportunità di apparire come un’intellettuale criptica e consapevole. E ho anche capito che fare il pagliaccio è un’inclinazione naturale che posso solo incoraggiare.

Per il resto: l’episodio di Koby mi ha devastato. Mi faccio spesso domande di stampo esistenziale, e questo genere di avvenimenti mi mandano in loop.

Oggi è l’ultimo martedì in questo ufficio.

Ieri ho fatto un test della personalità trovato su Internet. Risulta che sono una argomentatrice, una che, se privata della propria libertà, perisce come una margherita di campo sotto un’inestinguibile pioggia acida. Il test mi ha, come si suol dire, letto la vita. E mi ha rassicurato sulle decisioni prese. Non sono fatta per la vita da dipendente, per la routine, per l’esecuzione meccanica. Ho bisogno di creare, conoscere, scoprire, investigare.

Secondo il profilo disegnato soffro pure di insonnia. È vero. A volte la notte dormo poco, assorbita dalla voragine di pensieri che mi invischia in soliloqui interni senza fine. Poi crollo il pomeriggio (quando possibile), di solito in un sonno ristoratore e senza sogni.

In queste notti ho dormito abbastanza bene, eccetto ieri. Continuavo ad attorcigliarmi su me stessa. Non vedo l’ora che sia venerdì.

Aggiornamento ore 17:00

Le ore scorrono così lente che qualunque cosa mi annoia o mi inibisce le sinapsi. Tutto è dilatato, insipido, flemmatico. Ho finito i compiti di oggi in venti minuti. E le altre sette ore e quaranta minuti? Appunto. Non voglio lamentarmi, non sto di certo spaccando pietre, come si suol dire. Sono solo cosciente del fatto che tutto questo non deve succedere di nuovo. Mi sembra una violenza autoindotta costringermi a restare in un posto quando ho compito il mio dovere in meno di mezz’ora. E voi direte “c’è sempre qualcosa da fare”. È vero. Ma per quello serve motivazione, motivazione che in me si è assopita da mesi ormai. Tutto ciò che mi interessa è questo libro e il mio progetto personale. Magari farò un tremendo buco nell’acqua. Ma preferisco mille volte un tonfo sordo all’inerzia.

La terrazza in cui ho riscoperto la bellezza di Madrid.

31 Gennaio

Today is the day.

Ieri ho salutato l’ufficio. Ho chiesto un giorno di ferie per oggi. Non ne potevo più dello stillicidio.

La cosa divertente è stata che, negli ultimi giorni, ho scoperto che non ero l’unica ad essere profondamente provata dalla faccenda. Anche un’altra mia collega (che io credevo nella gloria) si è definita “bruciata”. Insomma, a quanto pare tutta l’azienda sta provando la stessa frustrazione che ho vissuto per mesi. Sono solo stata la prima a prendere provvedimenti.

È stato bello chiudere questo capitolo. Ho un po di ansietta, non lo nego. Il non sapere come porterò la pagnotta a casa mi fa un po’ tremare le ginocchia. Nonostante ciò mi nutro di queste emozioni come un vampiro. Amo i cambiamenti. Anche nei loro aspetti controversi, anche per i problemi che possono suscitare. Per ogni problema c’è sempre una soluzione, e io sono abbastanza certa che anche questa volta riuscirò a individuarla in tempo.

Mancano poche ore all’uscita de Le figlie del barrio. Domenica lo presenterò qui a Madrid in un posto bellissimo (alla fine ce l’abbiamo fatta!).

Mi fa ridere pensare che presenterò il libro senza il libro. Nel senso, sotto certi aspetti di tipo logico è un assoluto controsenso.

Per il momento non ho altro da aggiungere, se non che senza saperlo attendevo questo momento da tutta a vita. E oggi è qui.

Spero di fare il botto. Cioè, me lo auguro proprio. Sarebbe un’enorme soddisfazione, una scarica elettrica che mi darebbe la forza per iniziare questo nuovo circuito con le giuste vibrazioni.

Resto in attesa delle cinque e mezza come Mentana degli exit poll alle elezioni nazionali.

Sarete lì insieme a me?

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