pensieri sparsi

Tentativo numero 3

Questa pagina web, frutto dell’ennesima eruzione di creatività galoppante, non è la prima della mia vita.

Circa dieci anni fa esordivo su un quasi vergine BlogSpot. Lo feci presa dalla repentina ispirazione di mostrare al prossimo come abbinavo i quattro panni che avevo accumulato negli anni del liceo. Credevo che il calzettone lilla con il bracciale finto oro fossero una combinazione cromatica magistrale.

Mica potevo tenermi per me cotanta maestria.

Iniziai a postare con una certa frequenza. Era il 2010, epoca in cui Chiara Ferragni usava la terra color mattone per spennellarsi la faccia e Veronica Ferraro i bracciali di plastica giallo fluorescente. Ora hanno rispettivamente una 17 milioni di seguaci su Instagram, e l’altra sta per arrivare al milione.

Io?

Io purtroppo non ce la feci a dimostrare le mie indubbie qualità da street stylist. Rinunciai nel bel mezzo della bolgia cinese, quando iniziai a fare la modella in Asia.

Posso dirvi che è una fortuna, già che in Cina mi vestivo come un affresco botticelliano (versione cinese, appunto).

Sono sempre stata una che quando riprendeva in mano un diario dopo tanti anni, e ci trovava cose che non le piacevano, strappava via tutto. Borrón y cuenta nueva, come si dice qui in Spagna. Feci lo stesso con Penniless but Chic, il blog sopracitato.

Lo ritrovai che ero un’altra. Mi decisi per l’abbandono.

Per circa due anni smisi quasi di comunicare con il mondo esterno. Scrivevo spesso stati su Facebook, mettendo l’apostrofo dopo qual e l’accento sul po‘.

Avevo una certa verve, me lo riconosco. Peccato l’ortografia.

Tuttavia le mie lacune grammaticali non mi scoraggiarono fino al punto di decidere che sarebbe stato il caso di deporre la penna. Aprii un altro blog, si chiamava Arianna chi (con l’hashtag, sono sempre stata molto social, pare). Il giorno 1 scrissi un articolo su un locale della mia città, la Pailotte. Duemila condivisioni in un giorno. DUEMILA. Ok, è il culo dei principianti. Fu quella la prima cosa che pensai.

La domenica dopo l’articolo andai proprio in quel locale. Alcuni persino mi riconobbero (emozioni da “quello è il ragazzo di Phil“). Inutile dire che, fatta da parte la pseudomodestia da palcoscenico, mi sentivo Lady Gaga al Super Bowl.

Incoraggiata dalle circostanza buttai giù un’altra manciata di articoli, tutti di un certo spessore: “Barbie e dandy barca a vela“, “Dieci punti per individuare un tamarro” o un più sofisticato “Come lasciare il tuo lui con classe“.

La mia lingua banalmordace (ora mi credo così ganza che vi regalo pure un neologismo fresco di connessione neuronale random, TOH) mi valse un paio di collaborazioni fruttifere, incluso Cosmopolitan. Per loro buttai giù sotto richiesta un pezzo, sempre in punti: “dieci cose da sapere prima di uscire con una ragazza sarda”.

Fu il finimondo.

Valanghe di merda mi rotolarono contro con la veemenza del Vesuvio. “Ma chini esti custa?”, “Ma chi si crede di essere? Ma questa i sardi non li conosce! Ma questi sono stereotipi del cxxxo!!!1!!1!”.

In effetti lo erano. In effetti l’articolo era per Cosmopolitan e non per uno studio socio-antropologico commissionato dal Ministero della Pubblica Istruzione.

La presi bene, pure se ai primi insulti la tachicardia mi fece credere di essere sul bordo del collasso.

Haters gonna hate.

Buttai giù il chupito di infamie e sgradevolezze e mi convinsi che dovevo continuare a scrivere.

Mi durò una manciata di mesi. Poi il turbinio della vita mi sequestrò di nuovo dal mio fine ultimo: dedicarmi principalmente alla scrittura.

Sotto sotto lo sapevo – pure allora – che volevo fare quello che voglio fare adesso. Però ecco, la costanza non è mai stata il mio forte. E il dominio di quel sito ce lo aveva il mio ex fidanzato.

E non mi andava proprio di cercarlo per rimettere in piedi il mio impero di cazzate in prosa.

Persi il dominio, e quindi tutte le condivisioni.

RIP Arianna chi.

Iniziai a studiare seriamente. Le mie velleità artistiche cercavo di compensarle con delle attività pseudo giornalistiche. Ancora non conoscevo la differenza tra lo scrivere di quello che vuoi e lo scrivere articoli di cronaca o mondanità che ti impone un qualsivoglia redazione. Non contemplavo la sostanziale divergenza tra la professione dello scrittore, giornalista, copywriter e scribacchino.

Oggi ho capito che di riportare i fatti altrui non me ne frega un bel nulla (che polite, ci sarebbe stata bene un’altra cosa): a me piace reinterpretarli e RACCONTARLI, i fatti altrui.

E farlo a modo mio.

Ecco perché, agli albori di questo 2019, ho vomitato il mio primo libro, ancora chiuso in un cassetto. Ecco perché poi ne ho scritto pure un altro, e quello l’hanno letto alcuni (Le figlie del barrio), dicendomi pure cose molto belle che non hanno fatto altro che sortire lo stesso effetto dell’elio sul mio ego spesso troppo suscettibile.

Mi sono detta, al tramonto di questo vecchio anno dal numero dispari, che dovevo regalarmi di nuovo uno spazio pubblico dove spalmare più caratteri.

Instagram non mi bastava più. Mi serviva integrare. Se ci penso bene era solo una questione di tempo.

Chiudo questo primo pensiero sparso dandovi ufficialmente il benvenuto su carta, penna e fantasia, la mia nuova cantina delle idee nata in circa 48 ore divise in idea-acquisto del sito – stesura articoli di partenza- grafica di base – avvio.

L’impulsività c’è sempre. Non mi resta che augurarmi che questa volta la perseveranza sia con me.

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