Il mio libro

Le figlie del barrio

“Non provai alcuna colpa, o rimpianto, quando resi irreversibile la mia scelta appiccando il fuoco. Mi sentii persino felice. Stavo eliminando le prove di un amore incompiuto”.

book trailer by @gion_snow

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Trama

Roma periferica, condomini di mattoni rossi, siringhe sparse nel parchetto del quartiere. È il panorama in cui Silvana incontra Ivonne, un’esuberante Italo-Argentina arrivata a Centocelle insieme alla madre e il patrigno narcotrafficante. Ivonne ha soltanto sette anni, ma le idee molto chiare: vuole sposare un uomo ricco e scappare dalla realtà decadente del barrio. Insieme a Silvana, la sua metà più riflessiva, Ivonne cercherà la strada migliore verso l’emancipazione sociale, usando la bellezza selvaggia che la contraddistingue come passaporto per raggiungere i suoi scopi. Sullo sfondo una capitale brulicante, brutta, sconosciuta ai turisti, che controlla i figli cadetti come una madre gelosa e violenta, lasciandoli agitare in una rete tessuta con le realtà più oscene e controverse. È questa la sfida personale di Ivonne e Silvana: saltare oltre la rete, anche a costo di smarrirsi o umiliarsi nell’impresa.

Perché ho scritto questo libro?

A 16 anni ho iniziato a fare la modella, a 20 sono partita per la Cina. In quel periodo della mia vita ho conosciuto tante Ivonne, che si sono fuse nel mio subconscio per poi emergere all’improvviso tra le pagine che leggerete, raccontate da Silvana.
Ho scelto di dare una voce nuova a tutte quelle giovani che hanno trovato nella bellezza l’unica scappatoia dall’anonimato e la miseria, senza però trascurare le vittime del loro incedere prepotente e individualista.

Ti lascio con un estratto dell’opera…

«Che stai a fa’?».

«Scrivo».

«E che scrivi?»

«Un racconto, ma non puoi leggerlo. È un racconto segreto».

Di sicuro cercò il quaderno per giorni, ma la mattina dopo l’avevo già passato a Michela, che utilizzò buona metà della sua parte per lamentarsi del mio esordio: non avevo lasciato lo spazio per scrivere i nostri nomi in prima pagina. I racconti le erano piaciuti, ma non li aveva trovati appropriati al contesto. Meglio parlare di ragazzi. Buttò giù pagine e pagine su Gianmarco, con cuoricini di glitter dorati, bordati da tratti di penna gel color fragola. Ero gelosissima di quegli strumenti creativi. In casa mia non era mai entrato nulla di simile. Io le mie magie dovevo farle solo con la penna blu, o quella rossa. Variopinta era quasi finita, e i pastelli normali li consideravo troppo infantili. Cambiai idea solo quando scoprì che Eleonora li aveva usati per fare un ritratto di Andrea, il suo ragazzo preferito. Era bello e intelligente, e di sicuro da grandi si sarebbero sposati. Riporto testualmente: “mamma mia che gli farei a quello”. Ancora mi ricordo come avevo sbattuto le palpebre e riletto varie volte la stessa riga, in cerca di un significato mistico che tardava ad apparire nella mia mente ancora candida.

Il quaderno arrivò a Giulia, che proprio il giorno prima aveva beccato i suoi genitori “a fare le cose sporche”. Così gliele aveva spiegate la sua sorella maggiore. Riportò che per più di una buona mezzora subì in silenzio il pianto delle molle proveniente dal letto dei suoi. I cigolii le stavano facendo venire il mal di testa. Quindi si era sentita obbligata ad andare a controllare che stava succedendo.

I signori Mancini si erano dimenticati di chiudere la porta a chiave. Giulia aveva visto sua madre a carponi, e suo padre in piedi proprio dietro di lei, tutto vestito ma con i pantaloni sbottonati. Non aveva visto altro. Loro avevano gridato, e i cigolii si erano interrotti. Se ne stava tornando in camera, ma proprio lungo il corridoio si era beccata un bel calcio sul sedere, accompagnato da un paio di discorsetti sull’importanza del bussare alla porta. Poi le classiche domande: e che ci faceva ancora sveglia, e che i bambini a quell’ora dormono, e che si era alzata a fare. Lei non aveva capito bene, e neppure noi, però da quel giorno, e per molti anni a venire, avevamo adottato come definizione di quel genere di azioni quella offerta dalla sorella di Giulia. Le cose sporche.

Infine, era stato il turno di Ivonne. Aveva parlato dell’Argentina, di come le sarebbe piaciuto avere i capelli mossi, ma soprattutto descrisse quello che si sarebbe comprata una volta diventata ricca. Nel suo futuro si vedeva artista, o una modella famosa. Avrebbe sposato chi voleva lei. L’unico requisito indispensabile del fortunato coniuge erano i soldi. Per questo sul diario non avremmo trovato “né ora né mai” opinioni sui nostri compagni. Loro non erano all’altezza. Descrisse minuziosamente la grande casa con piscina che si sarebbe comprata per sé, e la stanza dei vestiti, uguali a quelli che avevano le Barbie. Rosa, di paillette, lunghi fino ai piedi, luccicanti. Avrebbe avuto un cane, una parrucchiera personale, e pure qualcuno che le riordinasse le cose. Si dichiarò stanca di pulire, spolverare e sistemare i suoi effetti. Voleva i soldi per tornarsene in Argentina, per perdere di vista al Miotti, “un burino finto borghese pieno di segreti”, per fare regali ai suoi fratelli e ai suoi amici. Sul momento mi dispiacque che non parlò di me, ma solo di un gruppo generico.

Il ciclo si concluse, e il quaderno tornò tra le mie mani.

Scrissi di quanto non sopportavo mia madre, che puzzava sempre di candeggina e mi faceva vestire di merda. Aggiunsi che sopportavo poco pure mio padre, che credeva di sapere tutto di me e anziché chiedere si inventava le cose, e per giunta se ne convinceva. Odiavo i miei fratelli, che definii “locuste irriconoscenti”. Insomma, odiavo tutti, ma non loro, le mie amiche. Dedicai una pagina intera a Ivonne, un autentico panegirico dove lodavo i suoi capelli scuri e le maniere schiette, la generosità e il pizzico di perfidia sempre funzionale a ogni situazione. Lo scrissi con tutti i paroloni che potevo conoscere all’epoca, e probabilmente il prodotto erano delle righe bislacche in un italiano stentato, più simili al volgare dantesco che a una lingua parlata. Ma tanto nessuno le lesse mai, quelle parole. Nessuno, eccetto mia madre. Dopo aver terminato le lunghe odi e le forbitissime invettive, travolta dalla passione dello sforzo letterario, crollai addormentata sul divano. Mia madre ne approfittò per sfilarmi il quaderno da sotto la pancia, inforcare gli occhiali che aveva in comune con mio padre, e mettersi a leggere le righe infauste. Il punto è che non lesse solo le mie. Lesse tutto, da cima a fondo, mentre russavo placida sepolta dai cuscini. Lesse dei genitori di Giulia, e dei termini impropri che usavano le mie compagne per definire i maschi, incluso il “che gli farei” dedicato ad Andrea. Lesse delle ambizioni economiche di Ivonne. E infine, lesse il mio odio mia madre scritto con la penna rossa a caratteri cubitali, dai quali cadevano delle pesanti gocce d’inchiostro che stavano a rappresentare il sangue metaforico della mia sofferenza.

A svegliarmi fu il puzzo di bruciato. Non ce l’avevamo il caminetto. Tra l’altro era Maggio inoltrato. Aprii gli occhi di soprassalto, e avvistai in fretta la sagoma in controluce. Vidi chiaramente nelle lenti lo scintillio della fiamma che si spegneva. Aveva dato fuoco al quaderno, non so se dentro a una pentola, o sul balcone, non ho visto né dove né come. Solo, la colsi nell’atto di mettere via l’appiccio. «Che cosa hai fatto?» gridai disperata, molto più preoccupata della reazione delle mie amiche che della sua. In tutta risposta mi arrivò una sberla che mi fece tornare al volo sul divano. Una volta che mi trovavo con il muso spalmato sul cuscino, dolorante e mezzo tramortita, mi sollevò di peso, mi abbassò i pantaloni della tuta e iniziò a massacrarmi di botte. Le mie urla svegliarono papà dalla siesta. Nonostante fosse ancora mezzo rincoglionito dal sonno pomeridiano, fu in grado di detenere la belva. L’aveva acchiappata sotto le ascelle, portandole le braccia dietro. Mamma sbraitava, sbavava di rabbia come un puma trascinato in gabbia, ma io continuavo ad essere più preoccupata di come avrebbe potuto rispondere Ivonne a quell’offesa inaudita. Ci aveva regalato il suo quaderno preferito, con la sacra missione di immortalare tra quelle pagine i nostri segreti inconfessati, e io li avevo fatti ridurre in cenere.

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